Carlito’s Way
11 Settembre 2001
Perché ricordiamo la soggettività di quel momento
“Io stavo facendo…”, “io mi trovavo e…”, “dove ti trovavi quel giorno e cosa hai provato?”… e così via.
Non sarà certo Carlito a fare una ricostruzione di quel primo pomeriggio (in Italia per chi ci si trovava) e di tutto quelli che è successo, sì è detto, immaginato, complottato, supposto, dopo quella mattinata americana che ha cambiato il mondo e il nostro modo di vederlo e di viverlo, di poterlo vivere: quello lo fanno i giornalisti, gli storici e i complottisti.
So solo che sono passati 20 anni, e che le ricostruzioni e le “celebrazioni” sono tra noi, e sempre ci saranno, anche quando saranno passati 100 anni e quasi più nessuno di coloro che lo hanno vissuto ci sarà. Poco importa.
Avrete però notato tutti che, a prescindere da quello che ciascuno pensa o ritiene giusto pensare, la narrazione di quel giorno è personale, intimamente personale: nessuno può dimenticare quei momenti, ma ciascuno racconta dov’era, cosa faceva, con chi lo ha vissuto, insomma lo personalizza come se fosse stato non solo spettatore, ma protagonista.
Non accade in nessun altro momento della vita personale, perché non interessa a nessuno la narrazione interiore se non è testimone di un evento collettivo. Non illudiamoci che sia differente. La nostra piccola storia non è altro che un atomo invisibile della Storia.
Solo quando ci sentiamo convolti in un evento che trascende la propria storia personale la nostra storia assume un valore di testimonianza universale, altrimenti è solo illusione dell’ego. Il 9/11/01 il nostro ego è esploso in quelle fiammate, e si è rimpicciolito per un momento, e lì, solamente lì, ha assunto un valore che va oltre il nostro piccolo mondo in ci si si sente esclusivi.
Dov’eri la sera di Italia – Germania? E quando è caduto il muro di Berlino? E la notte del ’82 quando abbiamo vinto il mondiale? Quanti anni avevi? E quando è iniziato il lockdown, cosa stavi facendo che hai dovuto smette di fare? Come sei posizionato tu, nel dramma e nella gioia collettiva?
L’evento passa, non puoi cambiarlo, e semplicemente accaduto, ama la tua memoria si fissa lì per sempre, e ti accompagna tutta la vita. Si fissa indelebilmente perché sai, o percepisci, che cambia la tua storia e il suo immaginario.
Carlito quel giorno si trovava ad Ancona anzi, in Ancona, come dicono là.
Ero nella sala riunioni della Commercio, in Piazza 24 Maggio (che è il giorno del mio compleanno, così, giusto per una coincidenza che vale solo per Carlito), avevamo ripreso da poco i lavori con il board di quella istituzione un po’ diffidente, ma progressivamente fiduciosa, stavamo lavorando bene. Entrò senza bussare l’assistente del Segretario Generale, il Dott. Del Mastro, un uomo che io apprezzavo per il suo coraggio pieno di cautele. Si scusò per l’intrusione non usuale e gli disse qualcosa in un orecchio e lui, sempre scusandosi, uscì. Poco dopo rientrò, pallido in volto, e ci disse che “pareva” che ci fosse stato un attentato molto grave negli Stati Uniti, e che era meglio sospendere i lavori. Non aveva un’espressione così diversa dal Presidente Bush quando, in quella scuola, gli annunciarono come stava accadendo. Ci guardammo negli occhi senza capire bene, ma non era da lui interrompere i lavori, e quindi lo facemmo.
Carlito prese un taxi per tornare in stazione e andò al Club Eurostar (allora si chiamava così, in Ancona era al primo piano della stazione, oggi ci chiama Frecciarossa Club, e in Ancona non c’è più) e, mentre aspettava il primo treno disponibile, vide le Torri Gemelle collassare. Non c’era quasi nessuno là dentro, solo pochi sguardi attoniti che non capivano nulla e dicevano tanto.
Avevo capito.
Da allora sarebbe cambiato il modo di viaggiare, di guardare le persone, di accettare le diversità, la mia spensieratezza nel cercare liberamente ogni orizzonte possibile. Ho viaggiato e conosciuto lo stesso, dopo, ma non sarebbe mai più stata la stessa cosa.
Come per ognuno di noi.
Avevo la sensazione di poter andare ovunque, ora non più, anche se mi piacerebbe rischiare nel farlo.
Ma non è più la stessa cosa, e lo sappiamo tutti.
Questo è stato 9/11/01 nel nostro intimo, e continua ad esserlo nella Storia.
Il 29 Agosto 2008 Carlito è andato a visitare il Memorial 9/11, quello “vecchio”, provvisorio, prima della “ricostruzione” di Ground Zero, dove poi è tornato con il giglio che nel 2001 non era ancora nato. Era dimesso e dignitoso, c’erano molti pacchetti di Kleenex in diversi punti del Memorial, non capivo perché, all’inizio. Quando entrai nella sala in cui c’erano le foto dei morti e dispersi capii perché. Lo visitai tutto, con calma, e finii di consumare i miei Kleenex seduto sulla scalinata davanti al negozio di Church,’s, ignorando completamente l’attrazione che quel negozio avrebbe suscitato in me qualche momento prima.
Carlito ha incorniciato la copertina del Time di quel giorno e la porta sempre con sé, attaccata ad ogni muro mi ha circondato o protetto negli anni a seguire, come testimonianza dell’impermanenza.
Sono tornato in Ancona tante volte diversi anni dopo, per una serie di coincidenza che avrebbero rappresentato un caso di studio per Jung, ma che non essendo legate a 9/11 non hanno significato per nessuno, se non per Carlito.
In Ancona ho vissuto nel tempo il mio 9/11.
E tu, dove eri quel giorno? E adesso, dove sei?
9/11/01 20 anni dopo.

