Carlito’s Way
L’Atlante perduto delle relazioni informali
Chi ha vissuto almeno una settimana intera dentro una qualsiasi organizzazione sa che la struttura formale non spiega quasi nulla del sistema di relazioni sociali che ne determinano il reale funzionamento. Spiega al più la configurazione “sulla carta” della struttura di potere, ma nulla di più.
Chi partecipa a riunioni o attività di formazione, o a qualsiasi tipologia di attività che comportano un grado elevato di scambio sociale sa benissimo che, per cercare di capire, apprendere, spiegarsi, dissentire, assimilare, ha bisogno di poter “sfogliare” l’intero Atlante delle sensazioni e percezioni sensoriali.
Sa che la postura e i suoi cambiamenti, gli sguardi, i sorrisi accennati o le risate piene, i segnali di approvazione o le smorfie di disapprovazione, gli odori, gli effetti della temperatura, l’arrossarsi della pelle, il timbro della voce, gli sbadigli, l’uso delle mani, il modo in cui si prendono (o non si prendono) appunti, ed altri segnali, sono il barometro di quello che sta realmente accadendo, ed il metronomo che ti dice come gestire la situazione, il sestante da utilizzare per indirizzare la direzione del sistema di relazioni sociali in essere, che influenzeranno anche quello che accadrà dopo. E lo influenzeranno molto.
“Per decifrare il testo sottinteso a una conversazione occorre osservare il linguaggio del corpo, la postura, gli atteggiamenti ed altri fattori” (Manfred F.R. Kets De Vies), per farla breve.
Una pacca sulla spalla, un lieve tocco sul braccio, un silenzio, un “prendiamo un caffè che ti devo dire una cosa”, un giro di sguardi, l’aggrottarsi di una fronte o l’arricciarsi del naso, l’emergere di una “frase killer” che richiama la scusa per una sospensione, fanno parte della nostra vita di relazione, e sono il naturale ed indispensabile commento alle nostre interlocuzioni verbali.
Quante volte vi è capitato di gestire una situazione spinosa o di concludere un affare, o di risolvere un momento organizzativo difficile tramite il ricorso ad un momento informale?
Che fine sta facendo tutto questo?
Non avete la sensazione che qualche pagina dell’Atlante sia strappata?
Sei online, parli, o ascolti, sei o c’è un moderatore che ti dà la parola o te la toglie, alzi la “manina” per intervenire, vedi faccine lontane rimpicciolite dalle immancabili slides (servono pure quelle, ancora), senti rumori di fondo e passi lunghissimi minuti nel limbo digitale del “mi sentite??”, e via così. Ma vi piace? Vi sentite “completi” nella relazione sociale del momento?
Ma c’è qualcosa in più: il deterioramento forzato delle dinamiche informali apre spazi di potere molto complessi da gestire, riduce fortemente la possibilità di esprimere opinioni articolate, o posizioni critiche, durante la relazione. Fateci caso, i Webinar “vanno tutti bene” e i commenti sono il più delle volte di una banalità sconfortante, se non meri ringraziamenti o complimenti al relatore o relatrice di turno. Come fai ad esprimere un’opinione “diversa” davanti a tutte quelle faccine digitalizzate o oscurate, senza poterla spiegare facendo ricorso anche ai segnali posturali o non verbali? Come fai ad argomentare pienamente, sfogliando il tuo Atlante? Il più delle volte stai zitto porti a casa, e quello viene scambiato per consenso: è #andatotuttobene. Le riunioni sono statiche, non cogli le vere dinamiche sociali e interpersonali che spesso ne definiscono il vero significato, oltre ai contenuti. O no?
Molte organizzazioni negli ultimi anni hanno cercato di studiare e mettere a fuoco le reti informali tramite strumenti più o meno sofisticati, dall’Organizational Network Analisys (ONA) a diagrammi di altra natura, fino al “management by wondering around” ed altri approcci ancora, per cercare di comprendere meglio il funzionamento reale e più profondo del così detto “capitale sociale”, un asset intangibile che fa molto comodo perché al di là di tutto è lì che si fanno funzionare o meno le cose. Ma questi strumenti e approcci sono tutti in logica kaizen, ossia puntano al miglioramento continuo delle prestazioni, vanno sempre al solito punto, il miglioramento della produttività tramite l’identificazione delle reti di leadership informale, dei broker della conoscenza e di quegli attori periferici che, poco visibili e lontani dalle strutture di potere formale, con il loro comportamento agiscono nelle reti che configurano parte dell’organizzazione reale.
Anche queste sono pagine dell’Atlante delle Relazioni Informali, ma io mi in questo caso sto riferendo ad altro: alle pagine dell’Atlante più affascinanti, quelle dove non c’è scritto tutto, ma che lasciano anche a te la possibilità di disegnare qualche paesaggio tramite la possibilità di esprimere e generare piccoli gesti con i quali contribuisci a definire le mappe delle relazioni sociali nelle quali sei coinvolto, l’espressione della realtà.
Se nel mondo digitale gli Atlanti tradizionali sono diventati pezzi di geo-antiquariato, mi viene da dire che c’è un gran bisogno di ritirarli fuori, aggiornarli con nuove mappe, toccarli, annusarli e sfogliarli come e più di prima, per non abituarsi a perderli, che vorrebbe dire non tanto perdere “capitale sociale”, ma l’essenza del relazionarsi. Perché nell’Atlante delle Relazioni Informali c’è la geografia delle vere connessioni tra le persone.
