Lettera e un Leader mai nato

Carlito’s Way

Lettera a un Leader mai nato

La Leadership è un tema talmente frequentato e ricco di sfumature ed implicazioni che continua a sorprendere per come catturi l’interesse e rinnovi continuamente il suo business tramite personalità emergenti convincenti, oscuri “guru” promettenti, scuole di pensiero ciascuna con la sua caratterizzazione, a volte convergenti su alcuni aspetti, altre divergenti. Certo da Goleman in poi qualcosa di significativo è cambiato: come fai a ignorare quella prospettiva che ha aperto orizzonti così diversi e originali su un tema trito e ritrito? Golemaniani, Golemaniaci e Golemon sono apparsi un po’ ovunque, e ci sta, eccome se ci sta. Ma ora, cosa c’è di nuovo, a parte la prospettiva della leadership riletta con le chiavi universali della digitalizzazione e della sostenibilità? (seguirà parte dedicata).
Qualche mese fa è stato pubblicato un articolo su Forbes dove un gruppo di esperti ha estrapolato 10 (decalogo, magic number comandamentale) soft skills da una serie di ricerche internazionali del Governo del Queensland e del European Business Review, per una nuova prospettiva della leadership: il “Leader Gentile”.
Le 10 soft skills sarebbero quindi: Ascolto Attivo, Motivational Speaking, Empatia, Interpersonal Skill, Gestione dei Conflitti, Leadership Collettiva, Comunicazione Efficace, Time Management, Feedback e Flessibilità.
Naturalmente si parla di “Leader di Successo”, e ci mancherebbe, ma che scherziamo?
Ok. Va bene. Vabbè. Siamo nel grande Leadershop, uno dei più lucrosi del mondo.
Ma cosa c’è di nuovo in tutto questo, il fatto di averle messe in fila? Non sono le stesse cose che ci diciamo e si sentono dire da anni e da anni si insegnano nelle scuole di business? Carlito è d’accordo che queste 10 soft skills, più qualcun’altra che trovate nel blog, siano un viatico per la leadership.
Gentile non lo so, perché l’essere “gentile” in quanto leader non dipende dal possedere quelle soft skills, ma da come le pratichi: puoi essere un leader gentilmente stronzissimo essendo abile nel manipolare con il “motivational speaking”, oppure shiftando e surfando tra empatia emotiva ed empatia cognitiva, usando un’interpretazione del tutto personale dell’ascolto attivo, o ancor più nella gestione dei conflitti, e così via.
Allora mi è venuto in mente che qualche tempo fa (mica tanto tempo fa) ho immaginato di scrivere una lettera ad un leader immaginario, dopo averne incontrati innumerevoli nella mia vita e dopo aver lavorato per decenni sul tema, senza mai avere l’ambizione di dare un’idea definitiva su di esso, perché secondo Carlito, umilmente, non è possibile.
L’incipit della lettera è una libera reinterpetazione dell’incipit di un famosissimo libro di Oriana Fallaci, poi Carlito è andato avanti da solo.
Ve la ripropongo qui, con qualche lieve aggiornamento rispetto alla versione di allora, sempre per giocare seriamente: sperando che nessuno si riconosca, o forse sì.

Caro Amico o cara amica,
a te che dici di non temere il dubbio e di chiederti i perché senza stancarti e a costo di soffrire e che ora ti poni il dilemma di dare un senso alle convinzioni in cui ti sei rifugiato, dedico questa lettera.
La verità è che ti sei illuso di essere superiore alla maggior parte degli altri con i quali hai incrociato il tuo cammino, ma non sei mai riuscito ad essere diverso; hai preteso che le persone che hai guidato ti percepissero tale, ma te lo hanno solo fatto credere perché gli conveniva. Tutto ruota intorno a questo.
Ti sei sforzato di essere “un leader”, e per questo hai anche studiato tanto, e ti sei accanito su questo ogni volta che qualcosa o qualcuno ha messo in discussione questo assunto, che è soltanto tuo e che interessa meno di quello che pensi.
Il fatto è che ti hanno convinto che bisogna essere un leader, e così sei caduto nella trappola di chi cerca di diventarlo ad ogni costo, di chi confonde sistematicamente la leadership con il successo, quel tipo di successo che è fatto di segni più e di vittorie, e che ti ha costretto alla retorica che bisogna accettare le sconfitte per imparare a vincere, quando in realtà questo ti ha fatto sempre tremendamente incazzare e insorgere la voglia di farla pagare a qualcuno. No, eh? Scusa.
Troppe volte hai confuso la leadership con la posizione, anche se dentro di te hai sempre saputo che essere al vertice di qualcosa o di qualcuno non è condizione necessaria né sufficiente, ma invece di cercare una chiave di compromesso dentro di te ti sei sempre più convinto che “stare in alto” fosse lo status necessario per il tuo modo di essere leader.
Non è del tutto colpa tua, la maggior parte delle organizzazioni insegna questo e questo vuole, ma avresti dovuto essere un po’ più libero dentro, questo sì.
Invece hai allevato topi ai quali ti piaceva spostare continuamente il formaggio (te l’avevo detto di non leggerlo troppe volte, che c’era di meglio), non considerando che una trappola c’è per tutti. Ma per te no, al momento no, non in quel o questo momento.
E così sei stato direttivo quando avevi gente poco motivata (secondo te) e poco tempo da perdere, per poi diventare situazionale da perderci la testa e l’identità, e trasformazionale quando si trattava di convincere le persone ad accettare cambiamenti che nessuno desiderava (anche tu molti non li avresti voluti, dì la verità), poi visionario quando c’era da eccitare gli animi nel deliquio dell’incertezza nella quale le organizzazioni sguazzano.
Ultimamente sei stato ispiratore perché in “VUCA World” non ci si raccapezza più nessuno e c’è bisogno di essere un po’ più caldi per mantenere unite le truppe (se qualcuno non sa cosa vuol dire vada a cercarlo sul web, e comunque non è un leader, anche perché siamo già andati oltre il VUCA e se vuoi digerire prendi le Fave di Vuca). Vuchizzati pure, ora va così, sic transit gloria mundi.
Troppe facce per non far vedere la tua vera. Non t’impressionare o innamorare troppo di te stesso/a.
Va detto però che hai vissuto momenti di vera gloria ed hai fatto una carriera per molti impensabile, in alcuni momenti sei stato quasi indispensabile per la tua organizzazione, e lì il tuo ego si è sentito vicino alle stelle. Anche giustamente ti devo dire, perché alcune delle cose che hai fatto, quando avevi le mani abbastanza libere, sono state importanti. Ti sei sentito bene nell’ inner ring, quando eri sul ponte di comando con quel gruppo (pardon, team) di pari che, pur non potendo dire e far vedere di fidarsi davvero gli uni degli altri, doveva dare l’impressione di farlo con quell’atteggiamento complice di chi sa cose che agli altri non sarà mai dato sapere, se non a “cose fatte”.
Sarà forse per questo nei meeting con le tue persone non si capiva mai veramente se le posizioni che prendevi fossero le tue o una tua “libera” interpretazione di quello che ti conveniva: nel tempo, la gente questo a un leader non lo perdona. Accetta sì, ma non perdona le goffaggini della leadership, come fa ogni tribunale silenzioso. Quante volte hai preteso il silenzio e alzato troppo la voce? Quante volte hai fatto vedere il filmato di Al Pacino in “Ogni maledetta domenica” credendo di avere un pollice di originalità? Hai usato troppe citazioni e poche parole tue, lascia perdere Steve Jobs, Zuckerberg, Bezos e compagnia bella, che sono leader ai quali quasi nessuno vorrebbe (o avrebbe voluto) sottostare. Pulisci il tuo profilo Linkedin da quelle cose, dai.
Per questo ora sai di avere avuto molti pubblici, forse spesso dei seguaci disciplinati come volevi, ma mai quei veri compagni di viaggio che oggi rimpiangi.
Forse ti rendi conto che molti di quei seguaci (attenzione, i follower non sono necessariamente seguaci) che pensavi di avere non si sono mai considerati tali, te lo hanno fatto credere perché non avevano voglia di dirti quello che non volevi sentirti dire, oppure perché temevano il tuo potere, che tu credevi essere leadership.
Non voglio dirti che la tua carriera è dovuta al fatto che ti sei trovato nel posto giusto al momento perfetto, o perché il tuo allineamento alle politiche organizzative era adeguato, non voglio davvero ferirti fino a questo punto, anche perché so che sei un tipo capace in molte cose.
Voglio solo farti riflettere su quante volte questo è accaduto intorno a te, e quante volte lo hai fatto anche tu fintanto che sei stato lassù: anche tu hai preferito troppo spesso persone accondiscendenti a persone competenti mentre parlavi di merito. Può andare bene per molti anni, ma per sempre non è detto, non è dato saperlo. Può andarti decisamente di culo, ma non per sempre.
Troppe volte sei stato a tua volta accondiscendente con chi ti stava sopra ed impaziente con chi ti stava di sotto, troppe volte hai preteso che ti seguissero su strade che non si comprendeva se fossero anche le tue.
Ti ricordi “Nessun Dolore”, la canzone di Battisti? “allora già intuivo che c’era qualcosa che mi sfuggiva, quella fragile eterea coerenza di bambina senza troppa pazienza”. Ecco, questo hai trasmesso molto spesso. Che tu sia maschio e femmina.
Hai fatto fare alle tue persone un sacco di corsi sull’ascolto (perché è una componente primaria della leadership secondo i riti canonici, vedi sopra soft skill “Leader Gentile”), ma travolto dal successo come lo intendi tu hai perduto il tempo e la voglia di ascoltare chi non la pensava come te, hai finito per dare troppo peso a chi ti dava ragione per qualche motivo senza cercare di comprenderlo, hai scovato talenti (sei stato un bravo scout in certi periodi) per poi metterli a fare dei power point perché non erano abbastanza ubbidienti. Lo sai che questo non te lo perdonano, alla lunga.
E tantomeno quando hai detto “certo, di questa cosa ne parliamo, ne dobbiamo assolutamente parlare, ci torneremo sopra”, e poi non ti sei più fatto vivo.
Qualche volta hai confuso la leadership con il public speaking, ti sei innamorato della capacità di raccontare e hai pensato che questo agli altri bastasse per costruire.
Quando parlavi avevi le risposte pronte per tutto, su ogni argomento, così hai dato la sensazione di essere tu la “voce unica” perché volevi un’unica voce, comandante in capo, skipper, all in one, e così hai piano piano ammorbidito il desiderio di esprimere pensieri diversi, e messo in un angolo i più combattivi; hai abbattuto il “dialogo” in nome della tua comunicazione onnivora e onnisciente, e non hai compreso che anche questo molti non lo dimenticano.
A un certo punto sei pure cascato, più o meno consapevolmente, in quelle storie dei “leader di sé stessi”, e lì hai toccato il fondo, puoi solo risalire.
Ti è mai venuto in mente per un attimo che ci sono persone intorno a te che non vedono l’ora che tu ti tolga dalle scatole, proprio quelle che ora ti blandiscono solo perché gli conviene, o hanno paura di te, o sono semplicemente stanche e rassegnate perché non hanno l’illusione della leadership che ti esalta in questo momento?
Uso declinazioni verbali diverse non perché non so scrivere, ma perché voglio darti il senso del tempo che passa nelle sue stagioni.
Adesso ti hanno accantonato, sbiadito/a, messo da parte perché qualche risultato di troppo non è arrivato e perché sei stanco, o meglio logorato da tanti anni di ricerca della leadership, maledetta droga dei manager. Ma non ti eri mai chiesto prima il perché di tutta questa leadership? E’ proprio così necessario avere tutti questi leader? A cosa servono? Te lo dico io: a creare illusioni temporanee, facili identificazioni di passaggio. Poi si ricomincia daccapo, ma oramai tu sei dipendente da te stesso, dall’immagine di leader che ti sei costruito.
Guarda che sei un bravo manager, te lo dico ancora: forse si ti “accontentavi” di fare quello che sai fare (lo sai fare ancora bene, se vuoi) sarebbe stato un po’ più noioso, forse, ma oggi non vivresti il dilemma di credere di avere fallito in qualcosa di così importante. Ripensaci. Non è davvero così importante. Se non ci arrivi, preoccupati, ma tanto. Non ti farà così male, se pensi in prospettiva.
Non starai mica pensando ancora di iscriverti a qualche corso sulle differenze tra capo, manager e leader, vero? Suvvia, non fare l’adolescente incazzosi, quella fase dovresti averla superata.
Con l’esperienza che hai, se sei abbastanza incazzato, puoi provare a fare l’influencer sui social. L’onda delle leadership può essere lunga, se la sai sfruttare con arguzia.
Ma tu come stai?
Oppure puoi provare a riprendere il filo partendo dall’idea che anche le persone che ti hanno seguito – o che sono state costrette a farlo – a volte hanno cose da dire che, seppur diverse dalle tue, sono utilissime ed interessantissime, in molti casi; riprenditi la tua fettina di leadership facendo un po’ di pulizia del tuo ego. Non è mica facile sai, ma se hai stancato un sacco di gente pensando di poter dire e fare tutto in ogni luogo, devi per forza ripartire da lì. Ripensati, respira e riprendi vigore, respira una volta tanto.
Abbassa i toni, a volte essere la voce sommessa dice cose più forti di quanto tu possa immaginare; fai sentire sommessamente la tua forza.
Anche Forrest Gump aveva capito che a un certo punto ci si deve fermare un attimo a riflettere dopo una folle corsa.
Basta che non pensi di fare il “life coach”, sennò ti mollo.
T’invito a cena, parliamo un po’, mangiamo un po’ di formaggio senza pensare alle trappole.
Ti saluto gentilmente, leader gentile.
Il tuo nuovo “coach”.

Carlito