Senso di Appartenenza – La grande trasformazione

Carlito’s Way

Senso di Appartenenza
la Grande Trasformazione

Appartenere deriva da  appertĭnere, ad– e pertĭnere «appartenere, riguardare», incrociato con pars partis «parte», mentre Identità da  identĭtas –atis, derivazione di idem «medesimo», quindi se consideriamo l’appartenenza (a un’organizzazione, una comunità, un’associazione di rappresentanza o altra configurazione sociale) come una condizione identitaria, si traduce in sentire di far parte a  un contesto che “ti riguarda” perché in esso riconosci una parte te medesimo, e ti permette di svilupparlo, il “te medesimo”.
Che ci stai a fare in “un posto” che senti che “non ti riguarda” perché non ti permette di esprimere quella parte di “te medesimo” che conta davvero qualcosa e che viene incorporato in un’identità collettiva che lo accoglie perché sente che “riguarda” anche gli altri componenti di quella medesima comunità?
Niente, ci stai male e basta. Ci puoi stare perché non hai alternative al momento, per qualche forma di costrizione, di convenienza materiale o accondiscendenza, perché speri che qualcuno prima o poi se ne accorga, o per qualche forma di fascinazione seduttiva che ti inchioda lì, o perché starci “ti risolve un problema” contingente che magari stai facendo diventare strutturale, o ancora per “opportunità di networking”, a patto che prima o poi si concretizzino in qualcosa, sennò sei in mano agli illusionisti. Ma ci stai male, c’è poco da fare, sai benissimo che lì dentro manca una parte importante di te.
La mia professione mi ha portato fin dalle origini a confrontarmi con questo tema, e molte delle richieste professionali in fondo andavano e vanno a finire lì, per cui ne ho osservato le trasformazioni nello scorrere del tempo, e mi sono fatto qualche idea, anche a partire dalla mia personale esperienza di appartenenza a comunità professionali, associazioni di rappresentanza e organizzazioni produttive.
Ho scritto qualcosa in merito che, come di consueto, non vuole insegnare nulla a nessuno, ma solo esprimere una testimonianza e un pensiero. Quello di Carlito e nulla più.

 

Ad alcuni potrebbe non piacere, o dare fastidio, ma io penso che sia così, penso che valga la pena mettere subito una cosa in chiaro – secondo il pensiero e l’esperienza di Carlito, che può non essere una verità assoluta – ma: sono le persone che si affezionano alle organizzazioni, e non le organizzazioni che si affezionano alle persone.
O meglio, sono comunità di persone che, in una certa fase della storia di un’organizzazione, costruiscono una gestalt collettiva basata sull’esperienza condivisa e sulla percezione di un’idea dominante di organizzazione che soddisfa sufficientemente ed alimenta il proprio bisogno d’identità.
Il bisogno d’identità e il bisogno di appartenenza sono fratelli perché si alimentano a vicenda e rappresentano una dimensione fondamentale, direi necessaria, del più vasto bisogno di socializzazione dell’uomo, un’estensione di sé che si basa sul riconoscimento e la riconoscibilità, e per questo estende l’idea del proprio essere e della propria essenza.
Per questa ragione il sentimento di appartenenza porta alla costruzione di legami tra persone che condividono un’idea trascendente di organizzazione, nel senso di un’estensione ulteriore di sé stessi che porta alla percezione che farne parte arricchisca la propria identità soggettiva. Quando i legami tra persone permettono loro di sentirsi parte, l’essere socializzati ad un’idea “elevata” di organizzazione permette di soddisfare anche il bisogno di sicurezza che discende da una presunzione di ragionevole prevedibilità dei comportamenti di persone che fanno parte della propria comunità che condivide la medesima gestalt.
Sono quindi le reti di legami che si definiscono nelle comunità umane e professionali che si succedono nelle varie fasi della vita di un’organizzazione, che modellano il significato di farne parte, a partire da un’idea di sé che l’organizzazione tende a trasferire e a comunicare nel tempo.
Ma proprio qui sta il grande limite dell’idea stessa di senso di appartenenza come per decenni è stato inteso: le comunità organizzative sono sempre più mobili ed instabili, sguazzano nell’incertezza (una manna per pochi) e basta che cambino alcuni attori determinanti per ridefinire i legami che hanno determinato una determinata stagione del significato di appartenenza. Come dire, cambiano alcuni leader che portano una nuova identità organizzativa e non hai più i legami sui quali hai condiviso (e diffuso) il sentimento di appartenenza di quella che consideri la tua organizzazione.
Ecco perché non ci si deve stupire più di tanto se “dopo una vita in cui ci ho creduto e ho dato tutto”, arriva qualcuno di nuovo che non sa nulla di te e dei tuoi legami precedenti, di come li hai vissuti ed interpretati, e si viene scaricati senza tanti complimenti e nemmeno gratitudine: è iniziata una nuova stagione, sarà sorretta da un nuovo sentimento di appartenenza, e così via nelle varie stagioni organizzative.
Ogni organizzazione ha un tratto d’impersonalità che ne garantisce la sopravvivenza nel tempo, ed è per questo che non possono legarsi troppo alle persone e alla loro storia organizzativa, anche se sono state portatrici per lungo tempo di quell’appartenenza della quale gli è stato chiesto di essere custodi.
Se capita, bisognerà adattare la propria identità ad un nuovo sentimento di appartenenza per una nuova organizzazione, anche se non sarà facile: se sei un manager (ma in realtà chiunque tu sia) potrebbe essere necessario, ma doloroso come ogni processo di ridefinizione identitaria.
Sul sentimento di appartenenza quindi, cavallo di battaglia del management di tutti tempi, al quale si è chiesto e si chiede di esserne al contempo costruttore, portatore, interprete, diffusore e custode, è in atto una rivoluzione epocale.
L’orientamento pressochè globale delle grandi organizzazioni alla profittabilità nel breve periodo e all’istantaneità dei risultati, combinato alla conservazione strenua dei privilegi acquisiti,  hanno divelto la reale possibilità del management di costruire reti di relazioni organizzative relativamente stabili che permettano di essere interpreti e portatori autentici del sentimento di appartenenza duraturo all’organizzazione; nelle organizzazioni a fare il manager ci si sta sempre meno tempo, e la mobilità dei confini organizzativi porta a dover assorbire identità plurime, non sempre tra loro coerenti.
Rimane però il fatto che il sentimento di appartenenza rimane un bisogno inalienabile dell’individuo perché appartiene al proprio processo identitario, quindi non è che se è sempre più difficile “credere” autenticamente ad un senso di appartenenza all’organizzazione si può rinunciare tout court al sentimento di appartenenza, semplicemente lo si va a cercare da un’altra parte.
E allora, cosa accade? Sta accadendo che il sentimento di appartenenza all’organizzazione è progressivamente sostituito dal sentimento di appartenenza e sé stessi, al proprio ruolo, alla propria professione, ai propri saperi, alla propria esperienza: in altre parole, il sentimento di appartenenza collettivo all’organizzazione diventa sentimento di appartenenza alla propria storia personale, che poi si va a “ricollocare” altrove, dove si riesce o dove è possibile, transitoriamente.
Non è questa forse la stagione dell’esaltazione del “personal branding” e della ricerca della visibilità e della valorizzazione massima del proprio posizionamento personale?
Ancora una volta guardiamo allo Sport, che come sempre anticipa ciò che accade, se lo guardiamo con occhi diversi, come forma di organizzazione sociale oltre alla dimensione prestazionale: guardiamo con nostalgia gli atleti e le atlete “bandiera” che si identificavano a vita con il brand societario di appartenenza, ma oggi sappiamo che prevalgono i procuratori e le scelte personali dei protagonisti dello sport,  che sono sempre meno interessati alla “bandiera” del club e sempre più a quella del proprio brand soggettivo, vanno dove li pagano di più e dove possono esprimersi meglio o “ancora”. Non piace quasi a nessuno, vista la dimensione epica dello Sport, ma è un megatrend, e se è così vuol dire che i Club e il sistema manageriale del quale fanno parte non hanno compreso in tempo, e non sono ancora pronti, oppure che semplicemente gli va bene così, però dicono che non gli va bene, e gli appassionati si rammaricano. Quindi sono ipocriti o incompetenti, nel senso che non hanno capito o fanno finta di non capire  (o non sono ancora preparati) che non basta più la competenza di “gestire una squadra”, piuttosto serve quella di “ripensare a un sistema” che ci pensa da solo a ri-definirsi, se non sei capace o non vuoi intervenire. Mi ci metto in mezzo anche io, non ne sono fuori o migliori di altri, però ci penso.
Ora il management è ancora costretto a identificarsi nell’appartenenza collettiva, ma strizza l’occhio al personal branding e sa benissimo che l’appartenenza nella quale si è identificato può saltare da un momento all’altro al modificarsi di alcune reti di relazioni rilevanti all’interno dell’organizzazione. E fa sempre più fatica a farsi garante di quel senso di appartenenza nei confronti di collaboratori che hanno ruoli instabili e posizioni a breve, figli e figlie dell’incertezza di cui ci riempiono l’anima e le scatole.
E le organizzazioni cosa fanno? La sensazione è che non abbiano ancora valutato pienamente la portata, in termini manageriali, di tale fenomeno, ma di certo la strategia del momento è quella di “incorporare” i brand e le appartenenze/identità personali all’interno dell’appartenenza collettiva. Un processo inverso rispetto a quello tradizionale, insomma. Insomma provare a rafforzare la “brand identity” nella speranza che incorpori diverse “personal identities”. Ma tutto dice che sta prevalendo il racconto delle seconde rispetto alla narrazione della prima.  Funziona? Funzionerà? E’ possibile, le organizzazioni ne sanno una più del diavolo, ma il sentimento di appartenenza all’organizzazione sarà comunque sempre più instabile e di breve periodo, quindi andrà sempre rigenerato, e non è un processo che costa poco in termini di energie e risorse; bisognerà davvero accettare le diversità di opinioni, vedute, interessi e punti di vista, con compassione (“cum patior”, provare sentimenti insieme, senza quelle sfumature di superiorità o pietismo tipiche della lingua italiana, che pure deriva dal latino), e facendolo “in casa”, con autenticità, senza sbandierarlo troppo all’esterno come supponente dichiarazione di modernità. Fatelo e basta. Una bella sfida, cari manager et similia.
E con l’avvento della digitalizzazione (dei processi e delle relazioni) questo è ancor più evidente e rapido: provate a convincere un ventenne o trentenne che si deve sentire parte di un’organizzazione che gli dà identità, senza sapere per quanto e con quali modalità.
Se andate sul web e digitate sentimento di appartenenza o sense of corporate si palesano migliaia di immagini di persone in gruppo sorridenti con il pollice alzato capeggiate da un manager con aria soddisfatta; nel black web (black, non dark), molte di quelle dita sarebbero il dito medio, magari pronto per un bel click sul proprio profilo.
Naturalmente ci sono poi sentimenti di appartenenza “fuori concorso”, come possono essere quelli che si sperimentano nelle start up, che sono tutt’altra cosa, perché totalizzanti, emotivamente autentici e di breve durata.
Oppure quelli che si vivono nelle piccolissime aziende, dove spesso c’è più senso di comunità, e non c’è ombra di vero management, che fa una gran fatica a sfondare perché non ne comprende le logiche identitarie più profonde, anche se ci costruisce sopra convegni in torri d’avorio screpolate.
Oppure quelli opportunistici: entro in una nuova organizzazione e devo pur far vedere che ci credo, accidenti, o ancora faccio parte di una community che potrebbe offrirmi qualche opportunità, devo far vedere che mi identifico completamente, sennò non ne traggo vantaggi.
Ma l’importante è la parola che si ha nel cuore, quella non sbaglia mai.
La propria appartenenza sta lì.
Sto scrivendo qualcosa sul “sentirsi a casa” in un’organizzazione, che potrebbe essere un buon ed onesto compromesso, arriverà presto. Tuti vogliono “sentirsi a casa” ed “avere una casa che accoglie”, che non sia solo “una cosa”.
Nel frattempo vi auguro un migliore nuovo anno.